I direttori dei Super Musei di Reggio Calabria, Taranto e Napoli restano ai propri posti perché il ricorrente ritira il ricorso

Il Consiglio di Stato si limita a prenderne atto: 'Cessata la materia del contendere'. Tutto come prima per Malacrino, Degl'Innocenti e Giulierini con buona pace del Tar Lazio che aveva sentenziato su procedure poco trasparenti

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Se la selezione per scegliere i direttori di altrettanti supermusei italiani sia stata fatta seguendo le regole o meno resta un mistero.

Quello che si sa è invece che rimangono in sella (così ha sentenziato il Consiglio di Stato una settimana fa) i direttori dei Musei archeologici nazionali di Napoli, Paolo Giulierini; di Reggio Calabria, Carmelo Malacrino; di Taranto, Eva Degl'Innocenti.

Tutto ciò non già perché il Consiglio di Stato abbia dipanato il merito del contendere, bensì perché il ricorrente - Francesco Sirano -  (che è sempre un dipendente del Ministero per i Beni culturali) “ha dichiarato di voler rinunciare al proprio ricorso e ai relativi motivi aggiunti, perché non più interessato alla selezione oggetto del giudizio”. Rinuncia di cui il Consiglio di Stato ha solo preso atto (la sentenza N. 05745/2017 si trova riprodotta nella gallery) e senza discutere nulla e chiudendo il caso semplicemente perché venuto meno l’oggetto della causa.

Cade così una vicenda cominciata oltre sei mesi addietro, quando il Tar del Lazio aveva accolto proprio il ricorso di Francesco Sirano (in concorso per le posizioni di direttore a Napoli, Reggio Calabria, Taranto).
 

Ricorso cui il tribunale amministrativo aveva dato ragione con due sentenze ravvicinate e con la sospensione dei direttori dei Musei italiani oggetto del contendere.

Cade nel silenzio, peraltro, una vicenda che aveva suscitato grandissimo clamore, proprio perché le sentenze del Tar avevano assunto loro malgrado anche un risvolto politico pesantissimo su tutta l’architettura della riforma dei Beni culturali firmata da Franceschini.

Il caso resta al momento aperto per le Gallerie estensi di Modena e il Palazzo ducale di Mantova, rispetto ai quali invece il Consiglio di Stato dovrebbe decidere nel merito all’altro appello, presentato da Giovanna Paolozzi Strozzi che non sembra, come il collega Sirano, aver rinunciato ad alcunché. 


E torniamo ai fatti: i ricorsi presentati si concentravano su su tre aspetti in particolare: la partecipazione di stranieri alla selezione del Ministero per i Beni culturali, mentre «nessuna norma consentiva al Mibact di reclutare dirigenti al di fuori delle indicazioni della legge sul pubblico impiego del 2001» (norma che prevede infatti che i cittadini comunitari possano lavorare nelle amministrazioni pubbliche ma in posizioni che non implicano esercizio diretto o indiretto di pubblici poteri) poi modificata con un emendamento in manovra passato come “norma salvamusei”, vedi Sole24 ore che spiegava così: “Dopo la sentenza del Tar che ha annullato cinque nomine di direttori di musei, si rimette mano alla legge. La disposizione inserita nella manovra prevede che nella procedura di selezione internazionale non si applichino i limiti previsti per il lavoro pubblico che impediscono ai cittadini europei di accedere a posti che implichino esercizio diretto o indiretto dei poteri”.

Detto ciò, e tornando alle sentenze del Tar, i giudici amministrativi avevano dato ragione ai ricorrenti anche rispetto ai criteri di giudizio adottati dalla commissione esaminatrice del concorso (definendoli addirittura “magmatici”).

In particolare i togati contestavano la chiarezza del « reale punteggio attribuito a ciascun candidato» durante la prova orale e che «lo scarto minimo dei punteggi tra i candidati meritava una più puntuale manifestazione espressa di giudizio, piuttosto che motivazioni criptiche e involute». Sulla fase orale della selezione, poi, come denunciato dai ricorrenti, il Tar evidenziava il fatto che si fosse “svolta a porte chiuse” - e dunque senza assicurare “il libero ingresso ai concorrenti «al fine di verificare il corretto operare della commissione» - sottolineando la circostanza che “in due avessero sostenuto la prova via Skype”.

Un vespaio, all’epoca delle sentenze: direttori sospesi, selezioni annullate e il ministro Dario Franceschini a parlare “di figuraccia internazionale”.
Senza dimenticare Renzi che non disdegnava di dare addosso al Tar tanto da mertarsi la replica del presidente dell'Associazione nazionale magistrati amministrativi che ribadiva ome il Tar avesse semplicemente "Applicato la legge".

Immediato arrivava all'epoca dei fatti il controricorso del Mibact al Consiglio di Stato. Questo si riuniva in camera di consiglio in sede giurisdizionale a stretto giro di boa: il 15 giugno la VI sezione emanava infatti due ordinanze (n. 2471 e n. 2472) accogliendo di fatto le istanze di sospensiva formulate dal Mibact (e lasciando al proprio posto i direttori) per fissare l’udienza pubblica che avrebbe vagliato la legittimità delle nomine per il 26 ottobre scorso.

Da allora il silenzio. Fino a qualche giorno fa, quando un laconico comunicato della direttrice del Museo di Taranto, Eva degl’Innocenti, esprimeva la propria gioia per essere tornata al proprio posto ma senza esplicitare in realtà le motivazioni contenute nella sentenza del Consiglio di Stato.

Una stranezza subito chiarita: le ragioni del Consiglio di Stato infatti non c’erano. Di nulla si è discusso a Palazzo Spada, dove i giudici si sono limitati a prendere atto della mancanza dell’oggetto del contendere: per farla breve, ricorso ritirato e tutto come prima. Con buona pace del Tar Lazio che aveva invece sospeso i direttori perché (a loro dire con tanto di sentenze) le selezioni non erano state cristalline, almeno nella forma.

Ecco allora la sentenza del Consiglio di Stato pubblicata il 6 dicembre scorso, che così spiega quanto accaduto:

“Con una dichiarazione via pec depositata nel giudizio n. 4113/2017 lo stesso giorno 15 giugno 2017 (cioè quando il Consiglio sospendeva la decisione del Tar del Lazio e riportava ai propri posti i direttori dei Musei in attesa di pronunciarsi nel merito, nda) e successivamente depositata come doc. 2 dal Ministero in data 7 ottobre 2017, il ricorrente in primo grado ha dichiarato di voler rinunciare al proprio ricorso e ai relativi motivi aggiunti, perché non più interessato alla selezione oggetto del giudizio”.
Aggiungendo – il Consiglio di Stato - che “Con memoria di data 7 ottobre 2017, depositata nel giudizio n. 3919/2017, la difesa dell’amministrazione (cioè del Mibact, nda) ha quindi chiesto che sia dichiarata la cessazione della materia del contendere”.

“All’udienza del giorno 26 ottobre 2017 – si legge in sentenza - fissata con l’ordinanza cautelare sopra citata, la Sezione ha trattenuto il ricorso in decisione”. Per arrivare al sei dicembre con la sentenza: “Rileva la Sezione che la dichiarazione depositata in Segreteria dall’originario ricorrente, ai sensi dell’art. 84, comma 4, del c.p.a., costituisce fatto univoco sopravvenuto, da cui si deve desumere la sopravvenuta carenza di interesse alla decisione della causa, pur in mancanza delle formalità richieste dai commi precedenti dello stesso articolo per la rinuncia propriamente detta. Pertanto – e qui il sigillo a una vicenda che aveva acceso i riflettori del mondo sui musei italiani - il ricorso di primo grado va dichiarato improcedibile, con conseguente estinzione dei giudizi d’appello”.

Il ricorrente, Francesco Sirano, che presentò il ricorso avendo una prima risposta positiva dal Tar, è direttore degli scavi di Ercolano in quanto vincitore anche lui (ma successivamente nel tempo agli altri colleghi che all’epoca di fatto contestò con denuncia e vittoria in primo grado) dello stesso bando per la gestione autonoma dei siti culturali. Alla fine Sirano ha deciso di ritirare la denuncia “perché non più interessato a quel bando”.

Dal ministro Dario Franceschini nessun commento è arrivato, pur avendo questa decisione chiuso una vicenda che aveva assunto contorni decisamente plateali.

Tutto a posto, insomma. Se le selezioni si tennero a porte chiuse e via Skipe, pur trattandosi di un concorso pubblico per un posto dirigenziale, e se il metro di giudizio usato sia stato o meno “magmatico” rimarrà un mistero.

Un bel mistero. Italiano.


(FOTO APERTURA: ANSA/MAURIZIO BRAMBATTI)


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