Anno europeo del Patrimonio culturale. Silvia Costa si appella alle università: 'Occasione da non perdere'

L'eurodeputata di Socialisti e Democratici ci illustra dati, opportunità e strategie con un occhio al Sud e alla Calabria in chiave europea. Otto milioni di euro stanziati

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STRASBURGO - Incontriamo Silvia Costa nella sede dell’Europarlamento a Strasburgo. È appena uscita dall’emiciclo, l’eurodeputata del Gruppo dell'Alleanza progressista di Socialisti e Democratici al Parlamento Europeo e anima dell’appena avviato “Anno europeo del Patrimonio culturale”. Poco prima del voto è lei, già a capo della Commissione cultura europea, a ribadire ai colleghi in aula e alla presidenza quale sia lo spirito di questi dodici mesi per il patrimonio in Europa: “La vastità delle iniziative e della partecipazione che si sono messe in moto in tutta Europa, ma anche le risposte dell'Eurobarometro, ci confermano che avevamo visto giusto, che la stragrande maggioranza degli europei ritiene che il comune patrimonio culturale sia un bene primario da condividere, su cui l'Europa deve investire molto di più. È un messaggio in controtendenza – ribadisce - rispetto ai nazionalismi, ai muri e alla messa in discussione dell'identità stessa dell'Europa. Vogliamo che questo Anno non finisca in sé, ma che sia la premessa per l'agenda per la cultura europea 2019-2021 e finalmente per una centralità di risorse e di attenzione alla cultura nel nuovo programma finanziario pluriannuale”.


Onorevole Costa, mi ha colpito che lei abbia detto di aver dovuto “lottare per far diventare la cultura una priorità per l’Europa”. Ci spiega il perché?

R.: Io per battuta ho detto: se un giapponese sapesse che l’Europa dedica lo 0,15% al programma Europa Creativa che abbiamo dedicato alla cultura, un po’ di risorse tra fondi strutturali ed Erasmus, ma che per esempio nelle dieci priorità di Juncker non ci sia la cultura come priorità - la cultura in senso stretto - e che per ottenere l’Anno europeo del patrimonio culturale io abbia dovuto fare una battaglia contro tutti (insieme, questo va riconosciuto, con la presidenza italiana del semestre europeo che invece è stata fondamentale alleato) questo rimarrebbe senza parole. Io credo che oggi anche quelli che erano più scettici (non faccio nomi ma chiarisco che questa è stata una battaglia del parlamento, e nostra sin da quando io ero presidente della Commissione Cultura) si siano ricreduti. Posso dire di aver verificato tre cose: che abbiamo visto giusto, per la risposta che sta venendo dai territori. C’è un interesse: è come se avessimo aperto il vaso di Pandora e scoperto, non noi perché noi lo immaginavamo ma gli altri, quanta vitalità interesse capacità creativa volontà di riscoprire il patrimonio - nostro ed internazionale e di conoscenza reciproca - ci sia fra i cittadina. Noi siamo sommersi anche in Italia da iniziative a tutti i livelli ed è questo lo scopo dell’Anno europeo del Patrimonio culturale. Quello di allargare la conoscenza , la consapevolezza del patrimonio italiano, nazionale ma soprattutto europeo. Quindi conoscere le diversità ma anche cosa abbiamo in comune. Questa è la strada e questa è una nuova narrazione dell’Europa.


Una “Nuova narrazione dell’Europa” evoca una storia. Ma i cittadini hanno consapevolezza di questa storia comune o è ancora tutta da scrivere?



R.: Centrali devono essere le nuove generazioni. Lo dice la famosa Convenzione di Faro (che noi abbiamo firmato come Italia ma che dobbiamo ancora ratificare, primo impegno che deve prendere la prossima legislatura come anche altri Paesi che devono ancora ratificarla) che crea un principio fondamentale: il diritto al patrimonio culturale, e il ruolo delle “comunità di patrimonio” che devono essere più attive e consapevoli nel prendersene cura e nella gestione della partecipazione. Questo è stato un lavoro che abbiamo fatto su indirizzo del parlamento e che oggi sta prendendo corpo: abbiamo fissato come priorità l’educazione al patrimonio per le nuove generazioni, che è la forma di tutela più efficace con l’obiettivo ulteriore di avere fruitori più consistenti garantendo loro un maggiore accesso ai beni culturali.


Cosa dicono i dati raccolti con il cosiddetto Eurobarometro?

R.: I nostri dati dicono che paradossalmente i Paesi che hanno un Patrimonio più consistente hanno poi la fruizione più bassa. Una grande spinta arriva anche per l’Italia (che ha fatto cose molto importanti come ad esempio le domeniche ai musei) per trovare modalità nuove, anche digitali, anche social, attraverso una forma di educazione che nasca dalla scuola e che educhi al patrimonio culturale, non solo per avere un pubblico più colto ma per scoprire ad esempio talenti ed artisti, cioè i nuovi creatori del nuovo patrimonio.


C’è ancora un conflitto da affrontare, tra identità nazionale ed europea?

R.: Sì e questa è una grande operazione proprio sull’identità di una Europa condivisa. Oggi c’è ancora questo dilemma, ma noi abbiamo impiegato anni, secoli e tante guerre e tragedie per riuscire a definire dei valori, un riconoscimento reciproco, il concetto che la diversità non è causa di conflitto ma di arricchimento: tutto questo è il vero tesoro dell’Europa. E il patrimonio è fantastico nel fartelo capire, perché lo rivela in maniera naturale.

È questa la via per una pace consapevole?

R.: Sì, il fine è questo: è la costruzione della pace e di una attenzione al patrimonio come bene universale. Quindi non è soltanto un anno per il patrimonio europeo ma è l’anno in cui l’Europa lancia al mondo la sfida di fare del patrimonio una grande occasione di riconoscimento, anche nel dialogo fra religioni e culture distanti: una grande risorsa perché la cultura è il quarto pilastro dello sviluppo, in quanto se non c’è accesso alla cultura, alla conoscenza e alla possibilità di praticare la cultura, questa non si rigenera. Basta una generazione di “ignoranti” per distruggere un popolo.



Ma come la cultura può trasformarsi in economia? Se ne parla da sempre ma si stenta a tradurlo in fatti…

R.: La cultura diventa occupazione ed economia se l’Europa diventa attore globale nel mondo e se davvero lo farà solo allora sarà una grande forza. Noi abbiamo due obiettivi: il ministro Dario Franceschini dice di averlo fatto in Italia, cioè di aver messo in sicurezza il patrimonio perché ha fatto le leggi; bene: noi vogliamo mettere in sicurezza le politiche culturali europee che fino ad ora erano asfittiche e che non possono limitarsi a “Europa creativa”. Noi vogliamo una dimensione trasversale di questo anno in tutte le Direzioni Generali, dunque in tutti i comparti. Oggi siamo di fronte a questa situazione: la direzione generale per Asili e rifugiati fa un bando in cui ci mette dentro l’integrazione culturale, la Direzione generale di Erasmus farà una cosa dedicata, lo stesso per “Europa per i cittadini, il digitale e la ricerca” e per i fondi strutturali. In breve noi vogliamo che questo approccio trasversale e partecipato della cultura impregni ogni azione dell’Europa. A questo deve aggiungersi che le imprese culturali devono far parte apertamente del comparto dell’industria in Europa. In merito abbiamo realizzato una risoluzione molto importante, e sono stata relatore anche della nuova, chiamiamola, “diplomazia culturale europea” che la Mogherini ha abbracciato: non si può essere attori globali nel mondo se non hai una grande capacità di “soft power”, che altro non è se non la cooperazione culturale. Oggi da qui passa la via della pace.

Qual è l’orientamento per la prossima programmazione 2020-2027?

R.: Noi abbiamo una forte ambizione concreta e importante che è proprio quella di portare anche nella prossima programmazione pluriennale 20-27 questa dimensione trasversale della cultura in tutti i comparti, in tutte le politiche e in tutti i programmi europei. Abbiamo fatto anche qui una gran fatica e stiamo cercando di mettere a punto un sistema per avere degli indicatori della cultura e dell’impatto economico di questa programmazione.




Andiamo agli interventi concreti per questo anno. Parliamo di otto milioni di euro. Come saranno spesi?



R.: Otto milioni sono sicuramente pochi: di cinque abbiamo preteso che la maggioranza andassero a sostenere i progetti, il bando che è stato fatto è stato concluso a novembre. Un bando gestito dalla direzione Cultura ed educazione. È stato fatto per due linee: progetti di valorizzazione tutela patrimonio transnazionale e poi progetti transnazionali per giovani creativi. Mi dicono che l’Italia e la Francia sono i Paesi che hanno fatto più progetti. Non è un gran budget cinque milioni di euro ma è qualcosa: adesso dovrebbero uscire le graduatorie e penso che l’Italia e la Francia avranno più progetti degli altri Paesi. Seconda cosa: altri bandi stanno uscendo e avremo il quadro via via che saranno pubblicati per cui l’Italia deve stare con le orecchie ben tese. Altri fondi sono andati per Erasmus. Oggi (mercoledì scorso a Strasburgo, ndr) abbiamo ottenuto che fosse annunciato solennemente in parlamento l’understatement dell’anno europeo del patrimonio da parte di tutto il parlamento perché vorrei che tutti i parlamentari se ne sentissero ambasciatori. In Italia c’è stata già al Mibact una prima presentazione di programma con me e Franceschini e adesso in Europa si stanno moltiplicando le iniziative: basti pensare che la presidenza bulgara ha già detto che farà un grande summit sulla cultura vicino Sofia ad aprile. Noi vorremmo in quella occasione - insieme anche alla Mogherini - lanciare per esempio il nuovo programma (che io ho proposto ed è stato accettato) di mobilità dei giovani creativi, artisti e professionisti della cultura dall’Europa al mondo e viceversa. Questo programma partirà già nel 2018 e a breve gli daremo un nome, che non è Erasmus perché questo nuovo programma viene nella fase successiva alla formazione. Si punterà anche su alcuni progetti di sostegno alla Siria e all’Iraq, per quanto successo al loro patrimonio. C’è una richiesta di far nascere una biblioteca digitale che compensi la distruzione di quella preesistente a Mosul e si pensa a interventi forti anche a Palmira. Dall’altra la nostra attenzione è rivolta ai Balcani, con una idea molto bella che è un progetto per dare un segnale chiaro di rappacificazione. Anche nei Paesi che hanno dei conflitti interni questa richiesta è forte e viene dal popolo. Ho incontrato i più importanti referenti del mondo culturale di tutti i Balcani. Loro ci hanno detto: “Non dovete riconciliarci. Parlatene con i politici, forse. Noi no, ci siamo già riconciliati e vogliamo fare un progetto tutti insieme”. Pensiamo pure alle residenze d’artista: noi vogliamo fare cose concrete che diano valore e mirino a costruire dei percorsi e dei curricula internazionali per i nostri operatori culturali.


La cultura arriva prima della politica?

R.: Sì è vero e la mia battaglia è perché questo non avvenga più.

A proposito di questo percorso per uscire dall’isolamento ci sono realtà che, pur in Paesi europei centrali come l’Italia, ancora faticano a connettersi. Parliamo del nostro Sud, della Calabria e di come mettere finalmente in rete il grande patrimonio qui custodito. I numeri sono ancora troppo bassi in confronto all’offerta culturale potenziale di queste regioni. Cosa fare e cosa si sta facendo?



R.: A Paestum sono rimasta colpita da un dibattito che abbiamo fatto con gli assessori regionali alla Cultura del Sud Italia. La Calabria non ha grandi monumenti. Ha delle straordinarie ricchezze ambientali naturalistiche culturali e anche delle eccellenze come i Bronzi di Riace. Loro hanno detto che bisogna puntare sulla costruzione di itinerari culturali, di fare sistemi territoriali legati alla cultura e di rendere più accessibili questi percorsi.



Appunto, parlando di accessibilità noi non abbiamo connessioni tra i vari siti culturali, archeologici o naturalistici che siano. Come procedere?

R.: Io credo che la cosa migliore sia creare un feedback continuo tra territori e istituzioni europee per avere contezza delle eccellenze da valorizzare e delle criticità da abbattere. Nel nostro programma, fatto con Franceschini, ogni Paese può avere cinque sei iniziative organizzate dalla Commissione in Italia. Ci sono già alcuni eventi già fissati, uno a Cosenza sarà quello delle Giornate europee del Patrimonio dal titolo “Raccontami un paesaggio” ed altre ce ne saranno. Al Sud sono già coinvolti Pompei Palermo Matera. Ma capiamo che bisogna fare di più.



Parliamo dei giacimenti archeologici e dei numerosi siti di grande interesse di cui la Calabria è ricchissima ma raggiungibili spesso solo con mezzi propri. Cosa si può fare concretamente?



R.: Io credo che le università calabresi, con pool di esperti, potrebbero studiare strategie e avanzare progetti in merito. Dovrebbero prendere un impegno, anche: le università devono collegarsi il più possibile all’anno europeo del patrimonio culturale. A Milano terremo una grande iniziativa il 20 gennaio (oggi, ndr) con 11 tavoli tematici e ci sarà per la Conferenza italiana dei rettori con il rettore Alberto Felice De Toni che ne è segretario generale. Questo proprio perché dalla Crui è venuto questo input a voler essere più coinvolti nella filiera cultura-sviluppo. Allora io penso , siccome gli atenei hanno la terza missione che è quella di investire sullo sviluppo locale, che questa sinergia debba crearsi subito, dunque anche le università calabresi dovrebbero essere nostri partner ideali. Ricordo che l’Unical a Cosenza era nata con questa linea: di trattenere le intelligenze sul territorio e di fare per il territorio. Io penso che una grossa collaborazione tra Parlamento europeo, Commissione, università, istituzioni locali e associazioni culturali, Regione Calabria, potrebbe davvero fare la differenza e questo Anno Europeo del Patrimonio culturale è l’occasione giusta.


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