Roma, l'artista bolognese Giovanni Neri si racconta a partire dalla mostra inaugurata il 16 maggio a Palazzo Santa Chiara

I suoi quadri, l’indissolubile legame con la natura e l’umanità conosciuta negli occhi dei bambini thailandesi delle favelas intorno a Bangkok

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Dipingere per me è vitale…
mi metto davanti ad una tela, la osservo, ho un’idea poi la cambio…
non uso bozzetti, raramente tiro qualche linea e non è detto che la segua
(Giovanni Neri)

Nato a Bologna nel 1951, ha vissuto tra Valsamoggia e Bologna.
Oggi anche Roma è diventata città da vivere.
In questa intervista si racconta, Giovanni Neri, racconta i suoi quadri e l’indissolubile legame con la natura e con l’umanità conosciuta negli occhi dei bambini thailandesi delle favelas intorno a Bangkok.
Questa intervista esce a ridosso della mostra inaugurata il 16 maggio a Palazzo Santa Chiara in Roma, in cui sono esposte venti opere della sua recente produzione e che ripercorrono gli ultimi due anni di pittura dell’artista bolognese.
La mostra, ideata da Tiziana Carfagna e curata da Massimo Scaringella, sarà aperta al pubblico sino al 12 giugno.

Io e Giovanni Neri ci incontriamo a casa di Tiziana Carfagna, ideatrice della mostra e curatrice di "Terre Incolte", il film documentario sul pittore, realizzato dal regista Gigi Giustiniani e scritto dall’autore Raffaele Rezzonico e presentato in occasione della rassegna Art Week Rome lo scorso ottobre e in cui l’artista racconta la sua pittura.

Giovanni Neri ha attraversato diverse fasi espressive: dai paesaggi, all’arte figurativa, all’astratto restando comunque fedele alla necessità di ricercare nella pittura sempre un linguaggio esclusivo, un "Esperanto" interiore attraverso cui comunicare le sue emozioni, i demoni, le gioie e le esaltazioni più intime.
Vissuto tra Bologna e Crespellano, nelle terre di famiglia che coltiverà sin da giovane e che condizioneranno il suo rapporto con la terra e con la natura, l’artista scopre, come ci racconterà, che la pittura è la sua porta verso un’altra dimensione, verso una libertà che la vastità della terra da curare non avrebbe consentito.

Parto dal film documentario "Terre Incolte". Perché ha accettato di partecipare e girare un film sulla Sua pittura, da uomo schivo qual è?

"Per la curiosità di raccontarmi e di riuscire a veicolare, attraverso un film, il lavoro del pittore.
Raffaele (Rezzonico, il regista, ndr) mi ha diretto con l’approccio del gioco e non con l’intento di un’analisi introspettiva. Il film ha seguito la logica dell’improvvisazione; era tutto così come veniva. Per me è stato vincere la ritrosia e la timidezza che mi caratterizzano"

A cosa o a chi deve la scelta di diventare un pittore?

"Ho imparato da un mio lontano parente, acquerellista. Abitava, a Bologna, al piano sotto al mio,
Io, dopo “aver studiato” (ndr: me lo dice con occhi furbi e con le dita segna le virgolette) trascorrevo intere ore a parlare con lui di musica classica, di Antonio Vivaldi, a giocare a scacchi oppure a parlare di come si corteggia una donna e, nel frattempo, mi insegnava la tecnica dell’acquerello. È stato in quell’appartamento che ho imparato a dipingere, Prima acquerelli, poi la tecnica ad olio. Poi con il tempo ho imparato le altre tecniche, l’acrilico, il disegno e l’uso dei pastelli e di materiali nuovi.
I miei soggetti sono stai tutti molto diversi ed espressivi dei miei stati d’animo: grandi vedute, sfondi rossi con città nere oppure colori con righe verticali, stilizzazioni di scene, processioni incompiute, paesaggi, nature morte.
Quando dipingo non ho un motivo per dipingere, lo faccio di petto, in maniera autodidattica. Il colore, per me, unito al gesto istintivo della pittura sono il mio modo di comunicare con il mondo in maniera sensoriale, dal di dentro".

Nature morte, paesaggi, volti, soggetti astratti e poi acrilico, acquerelli, olio, pastelli. Nel film "Terre Incolte" la vediamo utilizzare svariati materiali che raccoglie a mani nude dalla natura. Ci sono degli artisti di riferimento o a cui si è ispirato nella Sua pittura?

"Ho amato Giorgio Morandi solo dopo averlo conosciuto dalle parole di un commissario esterno ai miei esami di maturità da perito agrario. Inizialmente non mi piaceva, poi, da quel momento in poi, a causa delle mie risposte imprecise, iniziai ad approfondire la conoscenza della sua pittura, l’ho reinterpretato alla mia maniera, ne è venuto fuori il “mio” Giorgio Morandi nelle nature morte che ho dipinto. I Fauves mi hanno lasciato un segno fondamentale per esprimere il mio linguaggio di pittura, il trasferimento delle mie emozioni e delle mie “vedute” di vita sul quadro. Di Toulose-Lautrec ne ho amato la vita difficile e da Chagall ho attinto a piene mani quando ho tentato di dipingere il Vangelo.
Oggi mi ispiro al movimento artistico Gutai (Movimento artistico nato in Giappone negli anni Cinquanta, ndr): i miei quadri oggi esprimono un legame diretto tra la materia utilizzata, me e l’opera che sto creando. L’uso di spazi grandi, le materie ed i colori sono linguaggi, modalità di comunicazione con l’osservatore.
Ho studiato Pollock, rimanendo impressionato per l’uso del colore ed il gesto istintivo e liberatorio di buttare il colore sulla tela. L’ho provato anche io ed è stato finalmente bellissimo.
Infine, mi piace camminare nella natura e restituire alla natura , attraverso i quadri, il lato selvatico, disordinato. Nella mia campagna si giunge in un luogo pieno di calanchi. I calanchi sono ferite aperte della terra, tagli netti con il fascino di mostrare all’uomo che la terra non è domabile. Anni e anni da agricoltore, da domatore di terra, si sono trasformati in ribellione espressiva".

Parla di gesto liberatorio. Cosa libera un pittore su di una tela?

"Parto da lontano: ci furono momenti di depressione nella mia vita che mi impedirono di dipingere. Fu allora che provai a imparare a disegnare. Contattai un insegnante di educazione artistica per praticare il disegno e impararne la tecnica.
Per me dipingere è fondamentale, vitale , necessario.
Passo interi periodi senza dipingere ma poi vedo lo studio pieno di colori, di barattoli, di tele vuote, osservo e così libero il mio Io. Per comprendere fino a che punto il gesto del dipingere contempli tutta la libertà possibile mi venne in aiuto, anni fa, un analista greco che mi indicò la giusta modalità espressiva dal punto di vista dell’ego. MI disse: ” Il tuo gesto è bloccato se usi una superficie limitata, la dimensione estesa ti permetterà di trovare quella libertà che cerchi per esprimerti”. Spesso, infatti, ho bisogno di superficie per poter contenere la mia “esplosione espressiva”.

Una parte della Sua produzione, penso ad alcuni volti di bambini, sono stati realizzati in Thailandia negli anni in cui Lei ha frequentato una missione. Cosa raccontano quei visi?

"Ho trascorso, per molti anni, lunghi periodi in una missione di volontari sita in una grande baraccopoli di Banckock e abitata da bambini dediti al furto, alla prostituzione. È stato in questa favela che ho imparato la parola “umanità” e che ho cercato di trasferire nei miei volti thailandesi.
Vi ho vissuto molte esperienze umane: ricordo una volta, fui lasciato dal prete della casa famiglia , a custodire i bambini della scuola. Inizialmente cercai con loro una comunicazione “didattica”, da cattedra. Fu il caos. Poi capii che se li avessi portati al disegno avremmo trovato insieme un equilibrio da vivere . E così feci. Loro disegnavano ed io impressionavo i loro volti sui quadri. Il lavoro in missione era difficile: si doveva restituire un’ infanzia rubata a bimbi sfruttati. Ma quei bambini mi trasferivano una carica generosa di umanità anche nei piccoli gesti. Come quella volta che, durante una Festa Popolare, alcuni bambini che avevano vinto nei giochi di fiera vollero regalarmi a tutti i costi le loro vincite. C’erano bambini difficili, chiusi, bloccati nei loro drammi personali e che avevano innalzato muri e muri di incomunicabilità. Uno di loro lo conquistai poco a poco, iniziando con poche parole, sciogliendo le paure che si portava dentro. Ecco, quei volti dipinti sono per me il ricordo di quelle “cattedrali del dolore”, là dove persino Dio ha difficoltà ad entrare".

Dai paesaggi al figurativo all’astrattismo, Nel Film Terre Incolte lei è ripreso mentre in silenzio osserva intensamente qualcosa. Io ho immaginato sia una tela. Se dovessimo cogliere il Suo momento creativo da quali gesti sarebbe caratterizzato?

"In genere mi metto davanti a una tela e la osservo per un bel po’. Raramente uso bozzetti.
Parto con un’ idea che sul quadro e nella mia mente si trasforma, evolve, cambia. Ogni mio quadro è pensato, a volte anche sofferto. Spesso l’idea si concentra in pochi gesti e pochissimi minuti espressivi. La mia pittura va dove va Giovanni. Spesso uso materiale vivo, la terra per esempio, le dita, amo sporcarmi di colori. Raramente tiro qualche riga e non è detto che la segua".

Lascio Giovanni Neri avviarsi all’organizzazione della sua mostra personale, inaugurata il 16 maggio a Roma. Un’occasione non solo per vedere esposte le sue opere ma anche per rivedere il corto alla presenza dell’artista.

La mostra sarà visibile dal 17 maggio al 12 giugno nelle sale del Palazzo Santa Chiara, sito in Piazza Santa Chiara, 14, tutti i giorni dalle ore 10:00 alle ore 20:30 tranne il lunedì, ingresso gratuito.

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