Incontro con Mario Carbone: 'Non fotografavo Zavattini o Fellini, pur lavorandoci insieme. La gente comune il mio soggetto preferito. Il mio archivio? Vorrei ne nascesse un libro fotografico, come quello su Matera dal mio lavoro con Levi nel 1960'

Il grande fotografo e regista, già Leone D'argento a Venezia, si racconta a Quellochenonho e annuncia: 'Ho deciso di vendere 52 scatti del reportage in Lucania con Carlo Levi. La fotografia? Non finirà mai di vivere. La mia Calabria è nel cuore del Pollino e nella sua genuinità'. Il 4 novembre sarà nella sua San Sosti (Cs) per il premio internazionale a lui dedicato

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“Incontrare” Mario Carbone significa entrare in un secolo di immagini popolate di persone, di fatti, di atmosfere: il suo “occhio” - sensibile alla luce, ai volti, alle mani della gente autentica – ha aperto “finestre” su storie che sono oggi un patrimonio inestimabile: decine di documentari, migliaia di fotografie, al fianco di Cesare Zavattini e Carlo Levi, nei luoghi in cui girava Federico Fellini, nella Roma del grande cinema e delle avanguardie, con poeti scrittori pittori, e in prima linea durante le rivolte degli studenti nel ‘68, nelle fabbriche degli scioperi nel Nord Italia e nelle campagne dei picconi alzati al cielo tra il Sud e le Isole, come pure sulle rive dell’Arno esondato del 1966. Una vita condivisa, in arte e in amore, con la moglie artista e gallerista Elisa Magri, scomparsa di recente.

Quando gli confesso la voglia di subissarlo di domande, il Maestro ride di gusto.
Si schermisce, ricordandomi con candore e dolcezza i suoi 94 anni. Tuttavia l’energia che sprigiona da quella voce ferma, lucida, e dalla sua predisposizione all’ascolto, ne consegnano - da questa parte della “cornetta”– la tempra forte e tersa che emana dalle sue stesse fotografie.

Sarà per questo che Carbone ama così tanto la sua “genuina” San Sosti, la cittadina calabrese adagiata sul Pollino che gli diede i natali, con le sue vette e la sua aria pulita, dove – come ogni anno - il prossimo 4 novembre farà ritorno per la quarta edizione del Concorso fotografico internazionale a lui dedicato e ideato dal fotografo e videomaker Giuseppe D’Addino. In quella occasione lo scrittore Nicola Coccia presenterà la nuova edizione del suo “L’arse argille consolerai: Carlo Levi dal confino alla Liberazione di Firenze attraverso testimonianze, foto e documenti inediti” ( Edizioni Ets), testo vincitore, nel 2016, del premio Levi ad Aliano. Il volume contiene un nuovo capitolo dedicato proprio a Mario Carbone e al suo lavoro realizzato tra i Sassi con il grande scrittore e pittore torinese.

Mario Carbone ha vissuto ogni suo giorno dietro un obbiettivo: ha fotografato Guttuso, lavorato con Cesare Zavattini. Carlo Levi lo conobbe in casa della figlia di Umberto Saba e, tra via Margutta e Piazza del Popolo dove visse a lungo, fu tra i protagonisti del grande cinema italiano. Una vita tra le stelle, ma con il riserbo che anche oggi lo connota. Nel 1967 conquisterà il Leone D’Argento alla Biennale di Venezia con il suo “Firenze, novembre 1966”, prodotto da Elisa Magri, confezionato da Carbone con i testi di Vasco Pratolini letti da Giorgio Albertazzi.

Inutile cercare le “star” nei suoi scatti, pur avendole avute tutte “sotto il naso”: “Non ho neanche mai fotografato Zavattini o De Sica e Fellini, eppure ci lavoravo insieme. Non volevo che il soggetto fosse in posa. Mai”, confessò nel 2013 al microfono della Soprintendenza romana che lo intervistava in occasione della mostra a lui dedicata e allestita nel Museo di Trastevere.

Carbone fotografava “la spontaneità”. E la “gente”: era questo il soggetto che prediligeva. A questo avrebbe dedicato tutta la sua vita.

Nel 1955 sceglieva di vivere nella Capitale. Quattro anni dopo vinceva con “I vecchi”, del regista Raffaele Andreassi, il suo primo Nastro D’Argento per la fotografia. Nel 1968 era alla facoltà di Architettura, mentre la polizia azionava gli idranti contro gli studenti. Fu il primo a voler raccontare la malattia della mente, il primo a varcare i cancelli di un manicomio con una telecamera e una macchina fotografica, documentando l'arte-follia di Oreste Nannetti nel manicomio di Volterra in “Graffiti”, con i testi di Vito Riviello, poeta lucano. Premiato sui tappeti rossi, Carbone rimarrà se stesso: sobrio, discreto, con l’animo – e la sua immancabile camera – rivolti su chi stava sul bordo della strada piuttosto che sotto i riflettori. E poi l’India, gli Stati Uniti, l’Inghilterra, l’Olanda e la Francia. Negli anni ’60 l’incontro con Carlo Levi e il lavoro su Matera dove documenterà i luoghi di “Cristo si è fermato ad Eboli”.

Emigrazione, fame, radici. Carbone scatta e filma. Carlo Levi tradurrà le sue foto in un’opera pittorica con ben 160 soggetti, permanentemente esposta, insieme alle foto dello stesso Carbone, presso Palazzo Lanfranchi, al Museo nazionale d'arte medievale e moderna della Basilicata.

E proprio dalla città dei Sassi, che oggi si appresta a vivere un 2019 quale Capitale Europea della Cultura, si avvia la nostra conversazione.

Maestro, per raccontare Matera all’Europa non posso non pensare alle sue fotografie e ai ritratti che Levi ne trasse. Come era Levi? E cosa porta con sé di quel viaggio nell’anima della Lucania?

“Con Carlo Levi abbiamo raccolto volti e storie nella Matera degli anni Sessanta. La gente viveva nei Sassi. Poi cacciarono via tutti. In quegli anni era già in costruzione un altro luogo dove portare quelle persone, ma era tra quei sassi che loro si sentivano a casa. Non volevano andare via. La definirono “Una vergogna nazionale”, ma invece lì c’era, malgrado il disagio, la autentica Matera. Carlo Levi era una persona disponibile. Ascoltava tutti. Parlava con tutti. Per i 100 anni dell’Unità d’Italia, (Mario Soldati lo incarica di rappresentare la Basilicata alla Mostra delle Regioni, Italia ’61)  lo mandarono in Lucania e lui scelse me come fotografo. Non mi dava indicazioni. Io fotografavo ciò che mi colpiva. E poi lui ne trasse i soggetti del suo grande pannello esposto nel museo nazionale lucano. Nel mio archivio conservo oltre 400 fotografie di quel lavoro. Adesso ne ho scelte 52 e voglio metterle in vendita. Io spero che queste immagini possano diventare un patrimonio comune”.

Il suo Archivio: registrazioni, fotografie, riprese, pellicole, documentari. Una mole enorme di testimonianze, molte delle quali inedite, in bianco e nero e a colori. Mi vengono in mente le riprese che lei fece nel 1968, siamo nel cinquantenario, durante gli scontri alla facoltà di Architettura. Ce lo racconta?
(in gallery alcuni esclusivi frame del filmato di Carbone durante la Battaglia di Valle Giulia*)

“Pensi. Mi trovavo lì per caso. Ma quando vedevo che qualcosa stava accadendo era più forte di me. Dovevo filmare. Mi ritrovai senza pellicola e chiesi a mia moglie, Elisa Magri, di correre a prenderne alcune. Così lei me le portò e iniziai a riprendere. C’era un gran caos. Ma riuscii a fare un po’ di girato, che poi consegnai a Mondo Operaio. È ancora possibile visionarlo, richiedendolo. Sono circa venti minuti, proprio durante la rivolta nella facoltà romana. Io conservo copia di questo girato nel mio archivio”.

Cosa rappresenta per lei questo archivio?

“Questo archivio rappresenta la mia vita: ci sono migliaia e migliaia di fotografie. Adesso lo sto riordinando e sono venute fuori fotografie che neanche ricordavo di aver fatto. Sono migliaia. Stati Uniti, Inghilterra, Francia, Olanda, India. Ci sono ancora centinaia di scatti inediti. Quando sono andato a rivederli me ne sono stupito io stesso. Addirittura avevo dimenticato molte di quelle foto, in quei viaggi, tantissimi, lungo la mia lunga vita”.

Come vorrebbe che venisse valorizzato?

“Credo che il modo migliore per valorizzarlo sarebbe farne un corposo libro fotografico. Come abbiamo fatto per la Lucania narrata per parole immagini e pittura con Carlo Levi (vedi “Viaggio in Lucania, 1980, e il documentario dedicato allo scrittore-pittore, Omaggio a Carlo Levi, 1983, ndr). Sì, sarebbe l’ideale. Questo archivio io lo lascerò a mio figlio. È lui a gestirlo e a lui resterà. Ma voglio anche lasciare qualcos’altro a mio figlio e così ho deciso di mettere in vendita 52 foto scelte, scattate negli anni Sessanta, proprio con Carlo Levi a Matera”.

Dove vive adesso?

“Io vivo in affitto in un appartamento al Fleming. E vivo solo. A dire il vero questo è un quartiere che non mi piace. Ci vive gente ricca e ci sono solo negozi che vendono abiti e scarpe, soprattutto da donna. Questa cosa la trovo incomprensibile. Solo vestiti e scarpe. Non ci sono cinema, non ci sono gallerie d’arte. È un peccato. Io qui ci vivo male”.

Penso al suo studio con Franco Angeli, alla galleria d’arte di sua moglie, Elisa Magri; a quel vostro set in cui giraste “Inquietudine”, il corto che folgorò Zavattini tanto che il regista scelse lei tra gli autori de “I misteri di Roma”. Come era quella vita, quando viveva a Piazza del Popolo? Le manca?

“Ah, Piazza del Popolo e via Margutta erano i luoghi in cui lavorai e vissi per anni. Erano i tempi del grande cinema. Nascevano amicizie con artisti registi poeti. Era una vita stimolante, anche se non facile eh, eravamo un po’ squattrinati. Ho un ricordo in particolare: pensi che un giorno mi scrisse una ragazza svedese che avevo conosciuto girando un documentario. Sulla lettera scrisse solo “Mario Carbone, Piazza del Popolo”. E quella lettera, dalla Svezia, incredibilmente arrivò (ride). Me ne stupii, davvero. Certamente il postino mi conosceva. Ma ancora lo trovo incredibile…”.

Lo trova strano? Ma lei era famoso…

“No, io non mi sono mai sentito famoso. Vede, io facevo cinema, ma mi sono dedicato al sociale. Era quello che volevo raccontare. Le persone vere. Al di là dei personaggi celebri con cui lavoravo e che frequentavo: vede io vivevo lì, a Piazza del Popolo, ma io di quel luogo amavo l’umanità fortissima e l’arte che si respirava anche solo camminandoci, per la strada. Ricordo una fotografia che mi è rimasta nel cuore e che scattai in quei luoghi: la fotografia sì che è famosa, e forse lei la ricorda, è “Osteria del Vero Albano” (questa foto - in alto sotto il ritratto di Carbone - fu esposta nella mostra nel Museo di Trastevere organizzata dalla Soprintendenza romana nel 2013: una mostra – scriveva il Ministero - sulla “poetica realista (di Mario Carbone) che documentò ambulanti e operai nei rioni della città popolare, le vie dell’arte o della moda, donne e uomini ritratti nella semioscurità delle osterie e la Roma degli anni Settanta e Ottanta del XX secolo: le manifestazioni politiche e di protesta, la scena “povera” e le pareti spoglie di cantine e garage adattate a palcoscenici dove Carbone ritrae l’avventura irripetibile dei teatri d’avanguardia romani”, ndr).

Quale è la cifra della sua produzione?

“Ho realizzato documentari per raccontare la condizione dei lavoratori, degli operai, dei contadini; delle persone vere, come quelle che vivevano tra i Sassi a Matera, come i pescatori di Cabras o i minatori di Carbonia in Sardegna”.

Nel suo viaggio professionale e umano un posto speciale lo ha avuto l’india. Cosa ricorda? Poteva essere paragonabile, quella povertà, a quella italiana?

“Ah, io amavo la fotografia dell’uomo di strada. E l’India era strada, erano milioni di persone, con i suoi colori unici e le sue atmosfere. No. Quella povertà non aveva eguali e non si può confrontare con quella italiana. Due realtà che raccontano cose diverse, anche povertà diverse. Andai in India a girare due reportage con Giuseppe Ferrara per l’Eni, Ente nazionale Idrocarburi. Ancora riguardo le foto, ne ho decine e decine, indimenticabili”.

Una vita di viaggi e scoperte. Ed in questi ultimi anni il ritorno a San Sosti, la sua città natale “ritrovata”, in Calabria. L’occasione questo Concorso fotografico internazionale, che il 4 novembre celebrerà la sua quarta tappa. Cosa la lega alla piccola San Sosti, lei che ha girato il mondo e vissuto gomito a gomito con quello che oggi si direbbe il Jet set?

“Io trovo in San sosti un luogo di pace. Un luogo sano. Non è la Calabria raccontata dai giornali e dai giornalisti. Lei conosce il santuario? È un luogo meraviglioso; in questo luogo la gente è rimasta pulita e genuina. È rimasta pura. E io ci sto bene. Mi è stata data la cittadinanza onoraria. Io ci ho vissuto poco lì. Poi Giuseppe D’Addino, amico e fotografo, ha pensato questo premio fotografico dedicato a me ed io ci tengo tanto. Sono felice, ogni volta, ogni anno, di poter ritornare a San Sosti. E sono felice di vedere quanto la fotografia sia viva, amata, praticata”.

Ha già visionato le foto in concorso che saranno premiate il 4 novembre?

“Ah guardi, le ho qui con me le copie. E ce ne sono alcune davvero, davvero eccezionali. Non sa quanto mi rende felice”.

Quale futuro immagina, per la fotografia: vince il passato o il futuro, l’analogico o l’alta definizione?

“La fotografia avrà sempre un futuro. Anche economicamente, ha un valore. Una mia fotografia all’asta è stata battuta 800 euro. La fotografia è arte ed è artigianato. Pensi a tutto il procedimento per far riemergere una immagine, alla “magia” dei sali d’argento. La fotografia è cura, manualità… Continuo a riguardare queste foto per il concorso ed è emozionante. Una gioia grande vedere quanta passione ci sia. La fotografia non finirà mai”.


©La riproduzione è riservata

E' vietata la riproduzione delle fotografie pubblicate a corredo di questo articolo e gentilmente concesse dagli autori a Quellochenonho.it Press


Credits:

- Si ringrazia il Maestro Mario Carbone per la gentile concessione d'uso delle sue preziose fotografie a Quellochenonho.it Press e per i fotogrammi tratti - per la nostra testata - dal suo storico filmato della Battaglia di Valle Giulia, Roma, 1968

- Si ringrazia Giuseppe D'Addino, fotografo e videomaker, è autore del documentario "Giuseppe Carbone, il fotografo con la telecamera", per la concessione d'uso del trailer ("Più di mezzo secolo di storia italiana documentata da una sola persona". Un geniale “ladro di immagini”, dal Sud al Nord Italia, dalla realtà sociale all’arte: questo è Mario Carbone, fotografo e documentarista, osservatore acuto e colto di decenni, dai Cinquanta in poi, in cui l’Italia è cambiata profondamente. Dal viaggio con Carlo Levi in Lucania nel 1960 alle prime immagini dell’alluvione di Firenze del 1966, dal terremoto del Belice del 1968 alla battaglia di Valle Giulia a Roma nello stesso anno, dalle rivolte contadine all'industrializzazione, Mario Carbone ha saputo operare con la macchina da presa e con quella fotografica in “un modo intuitivo, spontaneo e non meditato”. Questo film ne racconta l’attività di fotografo e quella, ingiustamente meno nota, di documentarista, attraverso una ricchezza di immagini che compone il mosaico, singolare e insieme universale, dello sguardo di un artista sulla società - di Giuseppe D'Addino)

- Si ringrazia Manuela de Leonardis, autrice della fotografia di Mario Carbone in apertura di servizio


Le foto in gallery:

Mario Carbone, autrice Manuela de Leonardis

IsolaTiberina, 1956

Donna al Vero Albano, 1956

Donna con scala

Donna e uomo al mercato

Levi ed anziano, Matera, Lucania 1960

Cinque fotogrammi dal filmato della Battaglia di Valle Giulia, 1968

Via Francesco Crispi 1956

 

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