Bronzi fatti a mano in Giappone. In laboratorio con il prof Hada: 'In Grecia erano dorati ma i Romani amavano il bronzo corinzio e li resero scuri con lo zolfo'

Ricerca scoperte e curiosità: per lo sterco delle terre di fusione mucche nutrite con erba bio nella fattoria dell'ateneo di Hokkaido, l'antico Kata-mochi giapponese e le tecniche dello storico-artista Matsumoto. Hada: 'Vogliamo finire le statue per il 2022, quando compiranno 50 anni, speriamo in un aiuto' (La Gallery dal Giappone)

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“Perché i Bronzi di Riace?”, avevamo chiesto loro agli esordi dell’“impresa” che si accingevano a realizzare. La risposta: “Semplice, perché sono i più belli e i più misteriosi dell’antichità”.

Loro sono gli studiosi giapponesi Koichi Hada, dell’Università cristiana internazionale di Tokyo, e Takashi Matsumoto,  dell’ateneo della Arti di Musashino: negli ultimi otto anni si sono dedicati alla ricostruzione a mano delle magnifiche opere magnogreche del V secolo a.C ed hanno portato al Convegno internazionale sulla Bronzistica antica –pochi giorni fa a Reggio e Messina - l’esito dei loro studi.

Fotografie, gammagrafie, raggi x, endoscopie, rilievi 3D. Ma, soprattutto, osservazione diretta e sperimentazione (nella gallery in fondo al pezzo tutte  le immagini). 
Sono i “segreti” di una indagine unica che ha “disarmato” studiosi di tutto il mondo con la più ardua delle sperimentazioni archeologiche: scoprire come sono stati fatti i Guerrieri di Riace rifacendo l’intera procedura come in origine.

Dapprima hanno ricostruito il fantoccio, hanno quindi creato i modelli in argilla, su questi hanno realizzato i calchi e li hanno cosparsi di cera, hanno studiato e analizzato le terre di fusione per ricrearle alla perfezione riempiendo la forma in cera. E, una volta perfezionata con gli attrezzi dello scultore, l’hanno ricoperta con il “mantello” e proceduto alla colata di bronzo con imbuto e canali di sfiato. Si è trattato di un procedimento lungo e faticoso, costellato di fallimenti ma coronato dal successo.

Aperto il mantello dei singoli pezzi il risultato è infatti sorprendente: mano, spalla, piede, avambraccio: identici all’originale, lisci, senza difetti. E tra le originalità del procedimento, l’uso integrato di antiche pratiche artistiche giapponesi, studiate ad esempio sul Grande Buddha di Kamakura, risalente al 1268 d.C.. Per la fusione, poi, si sono inoltrati fino nelle più remote regioni del Nepal, dove sopravvivono metodi arcaici per fondere il Bronzo.

Il risultato è stato reso noto il  25 e il 26 ottobre scorsi, quando gli esperti hanno comunicato l’esito dei loro esperimenti nell’ambito del  Convegno tenuto al Museo archeologico di Reggio Calabria e presso l’Università di Messina (questa ultima organizzatrice dell’evento, con il suo prof. Daniele Castrizio).

Sul tavolo del confronto tutti gli enigmi legati ai due capolavori: chi li realizzò. E come, quando, dove.

Il bello di questo convegno? “Che non eravamo tutti d’accordo”, sorride il prof. Koichi Hada.
A lui chiediamo cosa sia la sfolgorante area dorata che si stacca dal colore del bronzo sul piede riprodotto in Giappone. E da qui partiamo per comprendere meglio cosa è stato fatto.

DALLA GRECIA A ROMA: NUOVE SCOPERTE

Prof Hada, questo colore "dorato" venuto fuori dalla fusione e dallo sfregamento potrebbe essere il colore originale delle statue?

Sì, probabilmente il colore originale era questo quando furono esposte, nel santuario di Argos.

Si parla di una antica esposizione dei Bronzi di Riace a Roma. Voi cosa dite?       

Tra il secondo e primo secolo avanti Cristo i romani saccheggiarono il Santuario greco e portarono a Roma le statue. Lì le hanno esposte insieme. Dovettero però riparare braccio destro e avambraccio sinistro di B, rotti durante il saccheggio. Una volta arrivate a Roma le statue furono patinate di nero.

Perché a Roma venne data la patina nera?

Perché ai romani piaceva il colore nero, era una questione di gusto, una questione estetica. Questo era il colore del bronzo corinzio.

A noi dunque è arrivato questo colore scuro anche per quella patinatura?

Sì, difatti parzialmente si è conservata. Se ne vedono le tracce un po’ su tutto il corpo.

Gli esperti concordano su questo?

Beh sì. E aggiungo: il prof  Buccolieri dell’Università del Salento, al convegno, ha ipotizzato che questa patina data dai romani fosse ottenuta dall’uso di zolfo sulle statue ed intenzionalmente messa. Io concordo pienamente. Il prof. Massimo Vidale ha in un primo momento  obiettato, ma in seguito ha manifestato interesse.


LA SPERIMENTAZIONE E IL CONFRONTO CON LE TEORIE DI FORMIGLI

Quali sono le novità emerse dalla vostra sperimentazione?

Noi crediamo che i Bronzi siano stati realizzati con la tecnica indiretta, contrariamente a quanto stabilito nel restauro del 2003 che propendeva per la tecnica diretta. In più abbiamo trovato soluzione ad alcuni quesiti tecnici irrisolti: ad esempio alcune punte in bronzo dentro le statue, che secondo alcuni erano dovute a chiodi distanziatori, per noi sono parti di bronzo entrate nella forma attraverso buchi nella cera. In merito alla tecnica di fusione, poi, Formigli aveva ricreato un sistema ramificato di canali di entrata del bronzo, sistema costruito fuori dal modello di cera. Per noi, invece, è stato provato il metodo a imbuto- collettore, posto sulla estremità del modello in cera (in giapponese il metodo si chiama ama-zeki, pioggia-ponte: questo ci viene confermato dallo spessore delle statue, dalle tracce lasciate dal bronzo,  dal mantello esterno di alcune statue ritrovato ad Atene e a Olimpia e infine dall’efficacia del lavoro, agevolato da questo metodo). Riproducendo ad esempio l’avambraccio di B con questa tecnica la copia è perfetta e la forma compatta.

Dunque non nutrite dubbi sulla tecnica usata?
A sostegno della tecnica di fusione indiretta abbiamo anche dimostrato empiricamente la procedura con cui è stata inserita nel modello la terra di fusione e ricreato gli strati dell’anima di fusione e del mantello; abbiamo certificato che, anche con il metodo indiretto, la stratificazione della terra di fusione era possibile; abbiamo stabilito quali materie grezze sono state usate e la loro combinazione attraverso ripetute prove; abbiamo dimostrato anche l’efficacia dell’uso di erbe e sterco: crediamo insomma che le nostre ricerche sperimentali chiariscano alcuni punti oscuri delle tecniche di costruzione dei bronzi antichi in generale e di quelli di Riace in particolare.

Uno dei problemi da risolvere era come l’artista riuscisse a saldare la spalla al busto o il dito al piede senza che rimanesse traccia dei punti di “sutura”. Il prof Matsumoto ha definito la tecnica cui siete risaliti “fusione ad ovali continui”.  Quale è l’importanza di questo metodo?

Nessuno aveva mai provato questa tecnica e noi l’abbiamo usata per saldare, ad esempio, il dito al piede, e le due parti del piede. Dagli studi che abbiamo condotto, questa tecnica è quella più usata sui Bronzi di Riace, al contrario di quanto sostenuto da Formigli che si era pronunciato a favore della saldatura semplice e aveva parlato, solo per alcune parti delle statue, di saldatura per colata in forma ovale.

Come possiamo spiegarla?

Noi la chiamiamo saldatura per colata ad ovali continui, perché non è un singolo ovale, ma più ovali, appunto “ovali continui”. Questa definizione è del prof. Matsumoto.

Per quali ragioni tecniche non concordate con Formigli?

Perché lo abbiamo concretamente sperimentato, scoprendo che non sarebbe stato possibile realizzare le statue con quella tecnica di saldatura semplice. Le tesi di Matsumoto sono quasi tutte opposte rispetto alle tesi di Formigli, che fino ad oggi erano rimaste le più accreditate (vedi slide).

Da dove è arrivata questa intuizione?

Abbiamo fatto più tentativi. Semplicemente abbiamo applicato i vari metodi e anche quelli di Formigli non erano fattibili nella realtà. Le nostre tesi si basano sull’evidenza della sperimentazione manuale mai fatta prima: solo noi abbiamo ripercorso tutte le tecniche antiche, rifacendo a mano tutto: con l’argilla i modelli, con i peli di animali e lo sterco ed altre componenti le terre di fusione, la realizzazione dei calchi in negativo e poi il modello in cera e le rifiniture, l’argilla nuovamente per il mantello e applicando infine la fusione del bronzo come questa veniva fatta 2500 anni fa. Ci hanno aiutato le gammagrafie, i raggi x, le foto interne alle statue, l’osservazione diretta. Ma se non avessimo rifatto a mano l’intero procedimento anche quelle sarebbero servite a poco.

Quante giunture della statua originale sono state fatte con questa tecnica in origine?

Praticamente tutte, a nostro parere. Solo nel piede ci sono quattro punti di fusione con ovali continui. E poi la parte del pube, la più difficile e complessa da mettere insieme a torso e gamba sx, contemporaneamente. Ma anche gli avambracci.  Si trattava di una tecnica che garantiva precisione e solidità. Il metodo è quello del modello in cera e colata a mantello coprente. Con il mantello aperto l’esperimento falliva.  In alcuni punti alla saldatura a ovali l’artista aggiunse anche la saldatura a fascia.

LE NUOVE SCOPERTE: FUSIONI SINGOLE E SALDATURE

Secondo i vostri studi quali sezioni delle statue furono fuse a parte e perché?

Venivano fuse a parte per avere la perfezione della rifinitura: ascella, inforcatura delle gambe, genitali non avrebbero potuto essere così precisi e sottili se ci fosse stata una unica fusione. Anche la facilità di poter tenere in mano i singoli pezzi per rifinirli ne è una spiegazione. E questo è fondamentale nel dibattito tecnica diretta-indiretta.

Ci sono differenze tra le due statue?

Per noi entrambe sono state fatte nello stesso modo. E nella statua B abbiamo scoperto che la gamba era saldata in un punto nettamente differente rispetto a quanto ipotizzato precedentemente. Anche le più piccole parti (ad esempio pene e scroto) sono state saldate con questa tecnica.

ANCHE MUCCHE, SABBIA DI FIUME COTTA E ARTE GIAPPONESE PER SCIOGLIERE I MISTERI

Avete anche fatto ricorso ad antiche pratiche dell’arte giapponese. Quali sono?

Una è il “Kata-mochi”: è un quadrato in bronzo che si evidenzia nelle statue magnogreche e che anche in Giappone veniva usato. Ha la funzione del chiodo distanziatore, utilizzato nella creazione della statua, ma non veniva realizzato a forma di chiodo e in ferro, bensì quadrato ed in bronzo. Letteralmente Kata significa “modello” e Mochi “mantenere”, dunque serviva a mantenere la forma del modello. Questi quadrati non lasciavano alcuna traccia sulla superficie esterna delle statue.

Una curiosità?

Nelle terre di fusione Matsumoto ha usato sterco di cavalli e di bovini: questi ultimi - su nostra richiesta -  sono stati  alimentati solo con erba, presso la fattoria per la ricerca di Shinuzai, dell’università di Hokkaido. Abbiamo usato anche sabbia di fiume cotta a 800 gradi e argilla di caolino, proveniente dalla città della ceramica Shigaraki, a nord di Kyoto, perché non è stato possibile avere quella di Argos. Infine, oltre ai peli di animali sono stati usati anche i capelli del prof. Matsumoto. Le terre usate nei bronzi e da noi riprodotte sono state fatte a grana fine, media e grossa, perché così erano stratificate dentro le statue.

Per la gamba sinistra della statua A voi avete parlato di fusione a parte, una novità assoluta rispetto agli studi esistenti. Cosa possiamo dire?

Come già detto, per noi è impossibile pensare che aree così sottili potessero essere fuse tutte insieme. E genitali o sezione dei glutei sono davvero di pochi millimetri. Abbiamo capito che una fusione a getto di tutto il corpo, dal collo a metà piede, sarebbe stata debole e svantaggiosa e così ne abbiamo cercato le evidenze. E le abbiamo anche trovate. Nella regione superiore del gluteo sinistro c’erano discromie e tracce della saldatura a ovali continui nei rilievi del 1984, poi scomparsi però col successivo restauro. In più la statua aveva una barra che correva dal piede destro fino al collo. Nella gamba sinistra la barra si fermava all’inguine. Fondere a parte la gamba era necessario.


COSA SUCCEDE ADESSO


Prossima tappa?

Fisseremo i piedi alla base con i tenoni in piombo e realizzeremo la testa del Bronzo A.

Perché prima la testa della statua A?

Perché è più sfidante. Ma…

Ma?

Se la ricerca non verrà rifinanziata noi non potremo andare avanti. È stata firmata una intesa tra l’università di Tokyo e l’università di Messina. Noi ci auguriamo che questo consenta anche di far andare avanti la sperimentazione, visto che la sovvenzione del governo giapponese (Ha dato 30 milioni di Yen, 230.000 euro in sei anni) è oramai giunta a conclusione.

Chi erano, secondo voi, questi magnifici eroi, o guerrieri?

Sono stati fatti ad Argos: su questo concordiamo quasi tutti perché la terra di fusione è di Argos. Tutte e due le statue. Non si sa se le statue erano in gruppo o meno. Su chi fossero il mio parere c’è, ma non lo dico!

Perché non lo dice?

Darò la risposta entro il 2022, quando ricorrerà il cinquantenario dal ritrovamento e avremo tutte le prove e le evidenze. Noi speriamo di poter allora dare tutte le risposte e anche di mostrare finalmente i “nostri” Bronzi di Riace interamente finiti, non come quelli che oggi vedete a Reggio Calabria, perché rifaremo come erano in origine i due Bronzi del V s. a.C., anche se realizzati esattamente nello stesso modo.

Il fascino della ricerca dell’équipe giapponese è nella storia appassionante che ci racconta: dall’Italia del Sud a Roma, da Roma in Grecia e da lì nel loro Giappone, fino al lontano Nepal. Questi Bronzi sono diventati i Bronzi “del mondo”. Forse per questo la ricerca dell’équipe di Hada ha conquistato tutti: non solo gli esperti, ma chiunque davanti ai Guerrieri di Riace si sia incantato almeno una volta, nella propria vita.


©La riproduzione è riservata

Si ringrazia il prof Koichi Hada per aver gentilmente autorizzato la pubblicazione di foto e slide
E' vietata la riproduzione anche parziale di testo e immagini

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