La toccante lettera del procuratore Sferlazza a Giovanni Impastato (e alla sua Sicilia)

All'indomani della visita alla 'Casa-Museo' a Cinisi: 'Quella dimora è simbolo della superiorità culturale della legalità'

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Peppino Impastato Il procuratore Ottavio Sferlazza Pubblichiamo la lettera che il procuratore Sferlazza inviò nel 2014 a Giovanni Impastato, fratello di Peppino, dopo aver visitato, per la prima volta, la "Casa-Museo" a Cinisi.

Carissimo Giovanni,

ieri ho vissuto una giornata particolarmente emozionante: ho visitato per la prima volta la “casa- memoria” di Peppino Impastato, a Cinisi, divenuta meta di un vero e proprio pellegrinaggio della legalità e dell’antimafia.
La casa, con le tipiche persiane dei nostri paesi a livello della strada, che fungono anche da porta di ingresso, era aperta a chiunque volesse entrarvi per visitarla.
Mi ha ricordato le tipiche modalità con cui dalle mie parti si tengono i lutti: con la porta di casa aperta, appunto: e questa immagine mi è stata evocata in particolare dal vedere un gruppo di visitatori seduti sui divanetti posti ai lati delle pareti appena entrati nella modesta abitazione.
Qui, però, il “lutto” aveva una dimensione collettiva ed il lento processo storico della sua elaborazione ha già prodotto un risultato impensabile venti anni fa: il riscatto di una comunità da una situazione di azzeramento della propria dignità di cittadini.
Questo riscatto era chiaramente espresso da quelle persiane spalancate al vento nuovo della legalità, mentre per anni, quando Peppino conduceva la sua coraggiosa battaglia, probabilmente rimanevano chiuse o al più socchiuse,come era tipico nei paesi della nostra terra, quasi a simboleggiare la paura e la chiusura, sopratutto culturale, di una comunità atavicamente rassegnata, al più, a “sbirciare” sugli eventi, così perpetuando quella situazione di assoggettamento e di omertà sulla quale la mafia ha fondato il clima di intimidazione diffusa che le ha consentito di prosperare.

Di fronte, a "cento passi", ho visitato la ex casa di don Tano Badalamenti, su tre piani, con un balcone che si affaccia sul corso principale, ben più “sontuosa”, con scala interna fornita di ringhiera di legno e gradini in marmo.
La prima cosa che mi ha colpito è il contrasto tra la “ricchezza” della modesta casa di Peppino con le pareti ed i mobili pieni di foto ed oggetti, soprattutto libri, a lui appartenuti ed il vuoto di quella del boss: sì perché la sua ex abitazione era completamente priva di mobili e suppellettili, come vuota di valori era la sub-cultura che esprimeva il suo potere mafioso.

Per un momento mi sono chiesto: e se la si lasciasse in questo stato a simboleggiare e perpetuare il contrasto tra lo squallore di una cultura di morte e la imperitura vitalità della casa di Peppino?
Ma forse è meglio che lo Stato si riappropri della propria “sovranità” e riaffermi, anche simbolicamente, la superiorità culturale della legalità, trasformando quell’immobile in luogo di eventi e iniziative che consentano a quella comunità di sentirsi partecipe di uno sforzo collettivo per la rifondazione della nostra Sicilia sulla base valori nuovi e condivisi.
Grazie per il tuo impegno, con un abbraccio.

*Procuratore Capo della Procura della Repubblica di Palmi





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