Capaci, Stefano Musolino a Quellochenonho: ''Ripensando oggi, a quegli uomini della scorta, a quella donna innamorata...'

La riflessione del Sostituto Procuratore DDA di Reggio Calabria in 'questo tempo sospeso': Da quelle 'Vite intrecciate, sradicate, interrotte' un messaggio per il prossimo futuro: 'Lasciamoci interrogare dalla rigorosa umanità di Falcone'

Condividi su WhatsApp

di STEFANO MUSOLINO*

Nel mezzo di una pandemia che ci ha riportato all’essenza della nostra dimensione personale e sociale, fare autentica memoria dell’omicidio di Giovanni Falcone, impone di ricordare gli uomini della sua scorta: Vito Schifani, Antonio Montinaro e Rocco Dicillo; ed insieme a loro, Francesca Morvillo, compagna di vita di Giovanni Falcone. Vite intrecciate, sradicate, interrotte da una strage infame.

La dolorosa attualità che stiamo attraversando rende più evidente quanto le nostre vite siano legate tra loro da stringenti rapporti di interdipendenza e ci consente, anche, di apprezzare e rivalutare contributi ed apporti - personali e sociali - che avevamo giudicato di minore rilievo. E’ con questa rinnovata consapevolezza che va fatta memoria di quegli uomini e di quella donna che hanno vissuto, sino all’estremo, la loro prossimità a Giovanni Falcone, spinti da sentimenti che questa pandemia ci ha consentito di rivalutare: l’amore, la dignità, lo spirito di servizio, lo spendersi per gli altri a rischio della propria vita.

Non era difficile, d’altronde, per quegli uomini della scorta, individuare in Giovanni Falcone colui che inverava nella sua persona le istituzioni chiamate a fare argine e contrasto ad una mafia aggressiva e violenta che coltivava insani rapporti con infedeli servitori dello Stato, inquinando l’economia con i capitali illeciti accumulati. Lavorare per garantire la sicurezza di Giovanni Falcone, affiancarlo con l’affetto e la cura di una compagna di vita, significava anche rappresentare collettivamente quell’argine istituzionale, con una solidarietà, spinta sino all’estremo sacrificio.

Ripensando oggi, a quegli uomini della scorta, a quella donna innamorata, possiamo intravedere - tra le trame del tempo - i volti, le espressioni affaticate, i sorrisi liberatori, le pronte disponibilità dei tanti lavoratori (soprattutto quelli del settore sanitario) che si sono spesi per garantire i servizi essenziali, in questi giorni. Ed allora anche il sacrificio di Vito Schifani, Antonio Montinaro, Rocco Dicillo e Francesca Morvillo, le tante commemorazioni in cui sono stati dimenticati, ci restituiranno il senso profondo delle loro vite, per farceli più prossimi, più compagni di strada.

Giovanni Falcone ha meno bisogno di loro di questa data per essere ricordato, perché il suo esempio, la sua raffinata intelligenza, la sua cultura delle regole è assidua compagna, ma anche implacabile termine di comparazione, per molti magistrati impegnati nel contrasto alla criminalità organizzata.
C’è, però, qualcosa del suo stile personale e professionale che mi pare sia utile ricordare.

Giovanni Falcone non era l’uomo delle risolute certezze, degli slogan orecchiabili, delle soluzioni semplicistiche. Lo caratterizzavano di più i pacati dubbi, il gusto del confronto, l’affascinante complessità dei fenomeni socio-criminali, le analisi sviluppate in uno spirito di sana dialettica, nella quale le divergenze potessero evolversi verso diagnosi più complete. Non già, dunque, un uomo forte che imponeva le sue idee, piuttosto un uomo amante del confronto, per arricchirle in una prospettiva più ampia. Per questo il suo stile, gravido di intuizioni e messaggi, deve interrogare, ancora oggi, non solo la magistratura, ma anche le altre istituzioni democratiche del Paese.

Troppe volte, infatti, la retorica dell’antimafia sembra prevalere sulla comprensione autentica dei fenomeni, nell’illusione che l’amplificazione degli strumenti di repressione, sia la soluzione per problemi che nascono e si sviluppano in un contesto povero di investimenti economici e culturali. E’ più comodo ed è più facile concentrare l’attenzione sulla retorica repressiva, illudersi che la sola reazione penale sia la soluzione, senza interrogarsi sulla genesi dei fenomeni criminali, sulle ragioni della loro incallita resistenza, per progettare nuove distribuzioni delle risorse e degli investimenti, immaginando nuovi modi di interpretare la politica.

E, quando, restando ai tempi più recenti, si utilizzano vite imprigionate, come simboli a garanzia di esigenze preventive, senza nessuna attenzione per la specialità unica dei singoli percorsi umani, credo si finisca per usare gli strumenti, generati dalle intuizioni di Giovanni Falcone, senza coglierne davvero lo spirito e l’essenza.

Tra le tante lezioni di questo tempo sospeso, lasciamoci interrogare dalla rigorosa umanità del magistrato siciliano, come un alchemico messaggio che ci aiuti ad interpretare le tracce del prossimo futuro.

Stefano Musolino – Sostituto Procuratore DDA Reggio Calabria
Componente Esecutivo Nazionale di Magistratura Democratica



Articoli correlati

+Commenti+

Ancora nessuno ha commentato questo articolo. Sii tu il primo.

lascia un commento